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Loscrittorefantasma.com e iper-editing.com sono marchi di Roberta Giulia Amidani, la penna che si fa chiamare "fantasma madre".

L'ESERCIZIO DI STILE DEL FANTASMA CHE SI FA CHIAMARE "H.W.".

Non avrebbe mai creduto di potersi innamorare così.

A dire il vero non era stato nemmeno mai previsto che lui lo facesse.

Uno del suo “rango” non dovrebbe nemmeno esserne capace.

Eppure era accaduto. Senza che potesse nemmeno evitarlo. Anche perché fino a quel momento, non era neanche a conoscenza dei “sintomi”. Rifletteva su quelle strane sensazioni, mentre passeggiava sulla torre.

 

Percepiva che qualcosa stava cambiando.

Esiste un frammento di tempo, quasi un impercettibile nulla, nel quale sembra che il susseguirsi di un secondo, inspiegabilmente, si fermi. Ingannevolmente si ripete così lentamente, sino ad assomigliare al perpetuo fotogramma di un evento. In quel frammento si cela una verità. Nascosta. Vacua. Infinito nulla. Un bacio tra due labbra che si confondono tra il giungersi e lo schiudersi.

Che cosa bizzarra.

Non aveva mai speso un secondo dei suoi diecimila anni di vita, per concentrare un simile pensiero. Era una notte strana, di quelle in cui la luna se ne resta nascosta tra nuvole opache di candore, facendo da riflettore di una sagoma crepuscolare. Unito a quell’immagine pensava ancora a lei e alle sue labbra perfette.Pelle sottile di carne viva, così vicina alla fornace del sapore, che lasciava solo la distanza di un buio.

Quell’assenza di luce che non filtra, tra due figure unite in un abbraccio.Mentre queste immagini scomode continuavano ad assillarlo, l’ora di quell’incontro si avvicinava.

Era stato scoperto. Lui, lei e quel legame blasfemo.

«Non avrei dovuto. Non avrei dovuto!»

Era questo che continuava a ripetere e mugugnare, percorrendo le scale della torre.

 

Recriminava e malediceva a se stesso quell’amore per una mortale, che non avrebbe dovuto neanche avvicinare. Doveva affiancarla e basta. Il suo compito era solo quello di assecondare ciò che era già stato destinato per lei. E invece no. Maledizione. Lei lo aveva baciato e tutto era stato infranto.

Per un istante passò davanti a uno specchio opacizzato dall’umidità stagnante che regnava da secoli nel castello. Il riflesso era impietoso. La sua immagine non era mai stata così chiara.

Il suo potere di confondersi e celarsi in un aspetto umano era completamente dissolto. La pelle nera come la pece e gli arti dinoccolati disegnava l’ombra grottesca del suo aspetto, sui drappi sdruciti delle tende.

Era lui, senza alcuna maschera. Con gli occhi vitrei che lo fissavano dallo specchio, colmi di stupore, mentre le enormi ali tremavano appassendo e sanguinando catrame.Stava morendo. Era l’unica spiegazione. La sua immortalità era oramai un ricordo.

Una volta rinsavito, riprese a scendere le scale.

Prese il soprabito e lo cinse a se come un mantello abbastanza grande da coprire gli arti alati.

Non era in grado di volare.

Prese la macchina facendola sgommare sullo sterrato fino a produrre un urlo rancido nella notte.

Doveva correre da lei, salvarla. In fondo era stato quel maledetto incontro a metterla in pericolo.

Pensava solo di avere più tempo per sistemare le cose, per proteggerla, ma non era stato capace di prevedere loro. Creature immonde capaci di scivolare nelle pieghe di un sogno, per trasformare la tua vita in un incubo. Chissà dove l’avevano portata. Aveva solo una pergamena di canapa nella cenere del camino, dalla quale aveva letto poche parole in lingua sulfurea.

 

Vlarlas erp clool tluoad clue ptuno nu sloo ivraa! Ile pre vgeio olmito

(Lei per il tuo ultimo viaggio. Il tuo punto di luce dal collo per la sua salvezza)

 

Una minaccia che arrivava da altri mondi e lui, sapeva bene quali.

I suoi fedeli Gargoyle del campanile, sapevano benissimo chi aveva lasciato quel messaggio e gli avevano raccontato tutto. L’intrusione nella torre, i demoni che avevano usurpato il letto dove lei riposava.

Le urla, il lacerare delle lenzuola.

Era stato tutto così veloce e spietato che non ci fu il tempo di reagire.

Erano stati avvertiti solamente di predisporre le dovute direttive su come procedere allo scambio.

Dovevano continuare a essere banali statue, se volevano sopravvivere.

In fondo, sono sempre state semplici leggende in marmo, di qualche protome leonino.Una piuma si staccò e cadde per terra al solo pensiero del dolore di lei, mentre il casello era ormai visibile all’orizzonte.

Rallentò piano e fece veloce per azionare la barra che si alzò immediatamente.

La Porsche amaranto aspettava sul ciglio di una strada, nascosta da un cespuglio incolto.

Parcheggiò dietro, come da istruzioni, senza fare il minimo rumore. Dall’auto scese un uomo dal viso ceruleo e alto oltre due metri.

 

«Ti stavo aspettando», una voce come l’arpeggio di una creatura nascosta negli abissi.

Con passo plantigrade si avvicinò fermandosi proprio davanti ai fari dell’auto, prima di intimare il motivo dell’incontro:

«Ora dammi il medaglione! Non possiamo più aspettare. Dammi ciò che ti ho chiesto e avrai la ragazza».

 

Immobilizzato dentro l’auto, una piuma corvino sussultò quasi a credere di aver sentito un battito.

Non una parola, non una. Di lei, intanto, solo il ricordo e i baci.

Di lui solo il silenzio e il tremore di una piuma.L’uomo giganteggiava davanti alla sua automobile, millantando un passo e tenendo la mano tesa in conferma di quanto richiesto.

Il medaglione.

L’oggetto tintinnava e pesava sulla sua pelle arsa e logora, o almeno così era cominciata a plasmarsi dal momento in cui l’aveva baciata la prima volta. Eppure non importava.

Per lei era disposto a perdere le sue ali dalla giuntura della schiena.

Uscito dalla macchina, guardò l’ominide alto e impalato dinanzi a lui. Preso il coraggio, pronunciò le parole che avrebbero sancito la guerra che suo padre aveva evitato per millenni.

«Eccomi. Entrambi abbiamo qualcosa cui teniamo molto. Non avrete mai il medaglione se prima, non sarò certo che lei sta bene».

L’enorme emissario si voltò verso il cespuglio per trovare risposta.

Dalle fronde aride si udì una voce livida di malvagio.

«Non credo proprio tu possa porre alcuna condizione….Caronte!»

Il silenzio che seguì confermò il suo stupore.

Piume bruciate volavano sull’asfalto bagnato. E nella testa echeggiava il suono del suo nome che non sentiva pronunciare da ere dimenticate.