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Loscrittorefantasma.com e iper-editing.com sono marchi di Roberta Giulia Amidani, la penna che si fa chiamare "fantasma madre".

L'ESERCIZIO DI STILE DEL FANTASMA CHE SI FA CHIAMARE "H.W.".

Quando lo vedi nei film, sembra tutto finto.

La telefonata con la voce elettronica. Le attese. Persino la protagonista rapita riesce a essere sexy. Legata ed emaciata dal sudore che imperlina la fronte, pare la protagonista di una fantasia erotica.

La realtà è che l’immaginazione non può che scimmiottare la vita.

Quando certe cose accadono davvero, sei solo immobilizzato. Inerme. Stupido.

 

Rimetto l’intero intestino per la terza volta e quello che sento in bocca è solo il sapore della mia bile.

Com’è possibile che non mi sia accorto di nulla? Mi hanno drogato o forse, sono stati semplicemente bravi. Non ho avuto nemmeno il tempo di capire cosa fosse questo sangue sulle lenzuola.

Il telefono ha squillato un istante dopo. Già dal suono pareva avere un tono definitivo. Conosceva la mia angoscia.

 

Lo stomaco si contorce e l’acufene nelle orecchie mi sta uccidendo.

Me l’hanno portata via.

Così, sotto il naso.

Uno scemo si addormenta con la sigaretta in mano, trascurando il rischio di una bruciatura alle dita, e si sveglia senza la sua donna. Rapita da un letto sporco del rosso più intimo che le appartiene.

Mi accorgo che sto tremando, solo quando prendo nelle mani l’i-pad che ho trovato sulla poltrona.

Quella voce al telefono mi ha intimato di guardare. “C’è un regalo per te. Ti piace guardare, giusto? E allora guarda che bel video ti abbiamo preparato”.

Una voce che non potrò mai dimenticare.

Chiunque sia, non si è neanche preoccupato di artefarla.

Me l’ha sbattuta in faccia così. Limpida, tranquilla e sicura di non essere scoperta.

Il dispositivo illumina il mio viso prigioniero del buio, come fosse una rivelazione. E in effetti, non appena digito il tasto play, ecco svelato un incubo.

Una ripresa confusa, poco nitida.

Nella stanza umida c’è un uomo, in piedi: è enorme, possente. Indossa una cerata o una specie di grembiule. Non lo so una sorta di enorme veste da lavoro, traslucida. Eppure quello che riflette non è tessuto ma sostanza, è intrisa di qualcosa. Non capisco. Solo quando intravedo il machete che brandisce nella mano, capisco che tutto ciò che lo circonda e che “lo veste”, in verità, è sangue. Cazzo! Sangue!

Sono le riprese di un mattatoio o non capisco il luogo.

E parla lo stronzo. Con quella postura da maniaco disturbato mi guarda da una zona di tenebra, dove il suo viso è sapientemente nascosto. Parla e la sua voce è ormai dentro di me, come solo un trauma sa diventare ricordo.

 

«Ciao…bimbo. Come vedi il tuo giocattolo, ora, è mio. Oh, non ti preoccupare….non ci annoiamo senza di te. Se ti venisse in mente di raggiungerci, però, non preoccuparti. Noi ti aspettiamo. Vai in cucina. C’è una busta con delle istruzioni. È giunto il momento di restituire “qualcosa”. Tu sai bene cosa. Cerca di essere puntuale, bimbo. Se non ti presenti o peggio, fai scherzi….ti prometto che inizieremo a giocare, senza di te!»

 

Come finisce la frase sento la sua risata echeggiare nell’ambiente e l’audio del video la rende ancora più tetra. La telecamera si sposta e si confonde fino a bloccarsi sull’ultimo fotogramma.

Uno solo.

L’ultima immagine che forse vedrò di lei.

Il suo volto sporco di ogni nefandezza.

Sembra merda che si tinge di sangue.

Il suo splendido viso, ora, è rigonfio sotto l’occhio sinistro e la bocca, è soffocata da un nastro che le impedisce un urlo sommesso. Guarda dentro l’obiettivo e pare cercarmi.

L’iride spalancato in agonia di una luce.

Dentro c’è tutta la ferocia che sta subendo e la paura di morire.

Sto piangendo. Me ne accorgo perché percepisco le guance rigate e non riesco più a vedere bene.

Non sono nemmeno in grado di pensare.

Mi alzo come uno zombie e vado in cucina a prendere la busta. Leggo, provo a memorizzare.

Non mi cambio nemmeno, anche se dovrei, visto che credo di essermi pisciato addosso. Mi copro solo con il cappotto e infilo quei maledetti documenti nella tasca.

Appena esco dal portone, sento tagliarmi la pelle dal freddo gelido. Tutto è spietato questa notte, anche l’aria.

Non ricordo i movimenti o forse non ne sono consapevole, ma li faccio.

Entro in macchina, accendo il motore e mi preoccupo solo di controllare il quadro dei comandi.

“C’è benzina. Posso stare tranquillo”

Sì, lo dico ad alta voce, come se avessi bisogno di conferme. Sono operativo, nonostante la paura mi possegga dentro. Dal centro dello stomaco fino alla vescica, che oramai non risponde e bagna anche il sedile. L’unica cosa che sento è la punta dell’uccello fredda, ghiacciata.

Lo sgomento che mi pervade lascia posto a piccoli istanti di lucidità.

Devo arrivare al casello. No, che dico? Devo superarlo e poi incontrerò la Porsche a lato dello svincolo.

Non controllo molto bene la frizione, mi tremano anche le gambe e poi, sto guidando in ciabatte.

Sono necessarie almeno tre manovre, per accostare più vicino alla macchinetta e infilare i soldi.

Un paio di auto dietro di me, suonano infastidite ed io sento sudarmi la fronte.

«Oh stronzo! Ti muovi o no? Lo so che è la prima volta che vai a puttane di notte ma mica devi essere così nervoso!», ride sguaiato.

Lui e pure il cretino della Citroen rossa che sta dietro. Se avessi una pistola come ai vecchi tempi, mi divertirei a scoprire quale colore hanno le loro cervella. Bastardi.

Riesco finalmente a fare alzare la barra e a passare.

Una macchina accostata a 200 metri lungo il guard rail mi abbaglia tre volte, di cui le ultime due sfarfallando.

Ecco il segnale, mi devo fermare.

Una mano dal finestrino mi fa cenno di parcheggiare davanti e così faccio.

 

«Ok bimbo! Fai sporgere i documenti da una tasca in modo che si possano vedere. E poi esci dalla macchina con le mani belle in alto. Se fai come ti dico, vedrai che questo incubo finisce presto.»

 

Esco come dice, non penso minimamente di fare il contrario. Sono una specie di robottino ben educato.

La busta con i documenti è visibile dalla tasca e resto con le mani al cielo fuori dalla portiera.I fari della sua macchina mi accecano e non riesco a vedere niente.

Esce lentamente dall’auto, protetto dalla mia cecità.

«Bene, bene, bene», sovviene parlandomi con spregio.

«Vedo che non hai perso tempo. Sei uscito da casa senza neanche cambiarti. Non solo, noto anche che dall’emozione di conoscermi, ti sei addirittura pisciato nei pantaloni. Bimbo monello…» 

Mi deride, si diverte.

Gioca con me e con la mia paura.

Se ne fotte di tutto e continua a chiamarmi con quel vezzeggiativo che ha il sapore del più bieco bullismo.

 

«Ora lanciami la busta dei documenti, così che possa prenderla», intima in tono serio.

Consegno la busta facendola strisciare sull’asfalto umido, infilandola quasi sotto una sua scarpa. Passano solo alcuni istanti e sento la portiera della Porsche chiudersi compatta e silenziosa.

Non mi dice niente. Nessun accenno su di lei e su dove la posso trovare. Non riesco ad avere il coraggio per pronunciare alcuna domanda, e parte quasi investendomi.

Appoggiato alla mia auto, lo vedo sfrecciare via, nel buio dell’autostrada.

Resto lì, accasciato vicino alla ruota, piangendo come un povero coglione. Solo quando mi giro per prendere una sigaretta nella tasca interna del cappotto, mi rendo conto che sull’asfalto c’è qualcosa.

Proprio sulla sagoma semi asciutta dove prima era parcheggiato il mio aguzzino.

Mi ritrovo a strisciare come un verme per correre più veloce verso quello che forse, è l’unico indizio che mi porterà a lei.

Lei. L’unico “dove” che intendo raggiungere.