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Loscrittorefantasma.com e iper-editing.com sono marchi di Roberta Giulia Amidani, la penna che si fa chiamare "fantasma madre".

Su Mara Scarponi, Bertold Brecht e Konstantin Stanislavskij

 

Sono a tavola con il mio branco. Stefania è rientrata dall’Olanda e mi mostra le strade che conosco bene e ancora ricordo; Giovanni ha fame.

 

Sono le nove. Mangiamo la stracciatella comprata da Marco, beviamo il vino regalato da Sveva e parliamo del perché, da qualche giorno, io sia tanto nervosa quanto serafica, addirittura raggiante.

 

– Metodo Stanislavskij: c’è solo quello per funzionare, adesso – spiego.

 

Bertold Brecht parlava di straniamento; Stanislavskij di immedesimazione.

Per come vedo io il mio mestiere, entrambe le tecniche sono indispensabili.

 

La prima, però, per me arriva dopo, in fase di ultima revisione del testo, mentre la seconda mi serve per capire la Penna che devo diventare per interpretare l’autore.

 

Per scrivere con e per un runner, devo correre, sentire il sudore, l’acido lattico, la milza sbattermi in gola.

Per rileggerlo, a fine corsa, devo sdraiarmi, allontanarmi e fare come il pittore fa con il suo quadro: tre passi indietro e campo visivo allargato.

 

Questo mese per me è diverso da tutti gli altri.

Settembre coincide con l’avvio di un lavoro di editing che mi richiede una fusione con l’autrice più intensa che mai.

Per scrivere con lei, non mi è possibile diventare lei, soprattutto non a livello fisico. L’unica area che può riconfigurarsi come un insieme è quella chimica ed è da lì che mi arrivano nervosismo, rabbia e frustrazione, così come benessere e pace.

 

Le sottilette, i piccoli affanni dell’uomo comune e le preoccupazioni della più mediocre delle mie personalità urlano all’ubi maior minor cessat e la parola priorità torna ad avere il grado e la dignità che le spettano.

 

Mentre leggo le lettere dell’autrice, i suoi appunti, le sue mail, il mio fuoco cambia: l’occhio di bue punta all’essenziale e fa pulizia del resto, del superfluo, dell’inutile, del ridicolo che si sente importante, delle seghe mentali di chi davvero non sa di stare bene, di stare da dio, di chi si complica la vita e importuna quella altrui.

Il mio campo visivo si riduce, per empatia, e lascia al buio tutto ciò che non merita la luce perché nemmeno la vede.

 

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