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Tagliente Secondo interpreta "Il casello" in stile inverso

Ne ero certo: avrei cominciato a lavorare per The Ghost Writer Gang. Mentre ripartivo da Milano, per tornarmene a casa e fare gli stessi quattrocento chilometri che avevo già fatto il giorno avanti, pensai proprio che era fatta, e che per quanto riguardava la mia prova non avevo nulla temere, avendo dato sfoggio di tutte le mie abilità nell’affrontare i nove stili richiesti: il thriller, il drammatico, la cronaca, il mental coach, impuntatomi sin dal principio a trovare per ognuno delle soluzioni diverse, per le quali essi – i fantasmi – restassero impressionati, così ch’era stata, la mia, una prova d’assalto, per così dire, nella quale avevo voluto inserire più variabili possibili: l’ora, la stagione, l’età, il sesso, i nomi sempre gli stessi che poi si volgono e cambiano, una prova pulita, perfetta, compiuta in sé stessa come una miniatura, tanto che non avrebbero potuto, di lì a poco, non considerarmi dei loro e dirmi: – sei dei nostri, sì, sissignore, proprio così pensai, dando un’ultima occhiata dallo specchietto retrovisore alla Porsche nera che si portava via l’USB con il mio lavoro, insieme al ragazzo che, borbottandomi qualcosa, un minuto prima mi aveva lasciato una busta smilza che ora rischiava di scivolare tra il seggiolino del passeggero e la portiera dell’auto, quella bustina bianca che mi fece quasi uscire di carreggiata, per guardarla, mentre imboccavo la strada all’inverso, vicino al casello di Lambrate, per poi ripassare davanti al portone da dove ero uscito solo poche ore prima per recarmi all’incontro, e ripassare di lì proprio mentre il portiere pachistano, annoiato, usciva sulla soglia a fumare una sigaretta e mentre che io, novello ghost writer, salutando dentro di me l’amica che mi aveva generosamente ospitato tra le sue lenzuola la notte prima, salutavo soddisfatto la città di Milano.

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