In un’epoca in cui la gente si vanta della propria produttività usando grafici a torta e termini come flow state, io vedo la mia vita come un cantiere edile gestito da un comitato di condomini particolarmente litigiosi. Al momento, il mio stato di “lavori in corso” ha superato la fase del restauro per addentrarsi pericolosamente in quella dell’archeologia sperimentale.
Tutto ha inizio, solitamente, intorno alle sei del mattino, quando Nina (sette mesi di Rhodesian Ridgeback e circa 40 chili di muscoli, entusiasmo e totale assenza di freni inibitori) decide che il mio setto nasale è il posto ideale dove depositare la sua zampa unghiata. O che i miei piedi hanno bisogno di riflessologia linguare, disciplina in cui la ragazza eccelle.
Entro le sette siamo fuori, nelle vigne della Franciacorta. Mentre lei cerca di capire se il mondo sia commestibile, o se ci serva l’ennesimo tronco di betulla, io ripasso mentalmente tutti gli approcci alla cinofilia da Konrad Lorenz in avanti.
Mi ritrovo lì, tra i filari della Narnia targata Bs, a interrogarmi sull’impronta filogenetica mentre la Nina fissa un leprotto con l’intensità di un predatore che ha però non ha nessunissima voglia di predare alcunché. Leggo Lorenz e mi chiedo se lui, tra un’oca e l’altra, abbia mai pensato di darsi al macramè. L’esercizio di mimesi interspecifica è cercare di pensare come un cane mentre il cane, chiaramente, sta cercando di capire se io sia un’autorità credibile o solo un distributore di pesciolini secchi difettoso.
Tornata a casa, il cantiere si sposta sulla scrivania. La mia dieta letteraria è ferocemente sbilanciata: in questo periodo leggo una media di nove libri a settimana. Due volte cad., la prima da lettrice, la secondo con penna e post-it.
E poi ci sono loro. I “miei” cervelli, le sinapsi che hanno scelto me per lavorare alle loro storie.
Di là dallo schermo a circa un migliaio di chilometri, ho accanto una donna straordinaria, dotata di due lauree, che sta affrontando il suo primo romanzo. Per la seconda volta. La sua umiltà intellettuale mi commuove e la sua bellezza mi sconvolge.
In un altro angolo della mia testa, sto raccogliendo le memorie di un ragazzo degli anni ’50 convinto di dover fare più errori. In un mondo che insegna a correggere ogni sbavatura con il correttore automatico della vita, lui vuole collezionare inciampi.
Poi c’è la consulenza nel settore salute e benessere. Qui la sfida è puramente architettonica. Dobbiamo scrivere per intercettare “gli Immortali”: persone convinte che la malattia sia roba che capita solo agli altri, preferibilmente di martedì e in un altro emisfero. È come cercare di spiegare l’importanza delle fondamenta a qualcuno che è convinto che la sua casa galleggi per diritto divino.
Nel pomeriggio, due o tre volte a settimana, il cantiere si popola di creature magiche, demoni, e guardiani vecchi di due secoli che non hanno bisogno di Botox o filler, generate da un cervello fuori dal comune che sta edificando un universo fantasy in stile D&D.
E infine, c’è un’autrice pluripremiata. Una donna che conosco dal suo esordio, e che ora sta scrivendo per gli adolescenti sul tema del consenso. È un lavoro in cui la mimesi è tutto: dobbiamo parlare ai ragazzi senza sembrare i genitori che cercano di fare i giovinastri e vengono dunque guardati come una manica di boomer.
Nel mezzo di tutto questo disordine creativo, aspetto l’uscita di un saggio di neuroscienze per cui ho curato il book design.
Mi guardo intorno. Ci sono libri ovunque, bozze segnate in rosso, una Rhodesian sia divano che russa profondamente sognando gazzelle metropolitane e un saggio sulle neuroscienze che mi osserva dalla cartella “Inviati”.
Forse la vita non è altro che questo: un continuo lavoro di restauro su un edificio di cui abbiamo perso le planimetrie originali, ma di cui conosciamo perfettamente ogni scricchiolio.
E domani mattina, alle otto e cinque in punto, ricomincerà il negoziato. Nina permettendo.


