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La mistica della complessità: perché scrivere difficile piace tanto ai lettori deboli?



Quando leggi qualcosa che fai una fatica boia a capire, nonché a leggere, una parte di te si sente scema, mentre un'altra, proprio per il fatto di averla letta, se la gongola in segreto.


Hai scelto un autore che capiscono in pochi?

Se lo capiscono in pochi, è perché l'autore è per pochi, cioè per un'élite della quale, evidentemente, fai parte.


E infatti, nel metterti dall'altro lato dello schermo con le manine sulla tastiera, senti il bisogno di complicare la tua scrittura e cerchi parole più alte, e soprattutto meno comuni di quelle che ti erano venute in mente. Aborrendo le ripetizioni che vedi come #ILMALEASSOLUTO, vai in cerca di alternative lessicali. La porta diventa l'uscio, sentire diventa udire, vedere si trasforma in scorgere.

Traviati/deviati/allevati da Terabyte di traduzioni letterali dall'inglese all'italiano, migliaia di scrittori apprezzano gli aggettivi prima dei sostantivi: la dolce notte, la chiara alba, le voluttuose intenzioni. Ci manca solo la bianca mano di Isotta e poi siamo a posto.


E INVECE...

Chi vive di scrittura sa che complicare la scrittura è una passeggiata: basta prenderla, piegarla su sé stessa, arrotolarla, e impacchettarla in modo che al cospetto di cotanta complessità, i poveri lettori si sentano sia scemi sia evoluti.

Il verbo complicare scende da piegare, arrotolare, avvolgere.

Viceversa, scrivere in modo che la lettura sia facile richiede molto più mestiere.

Perché?

Perché prima di tutto devi aver capito cosa stai scrivendo, anzi, cosa stai pensando: qualunque sia l'idea che ti frulla per la testa, dev'essere chiara. Anzi, di più: adamantina.

Farlo in modo che sia ADDIRITTURA piacevole richiede mestiere e metodo. E tempo. E fatica. In pratica il tipo di bagaglio che ti porti dietro da così tanto che è meglio non fare i conti e che anno dopo anno, libro dopo libro dopo libro dopo libro, ti ha inculcato che nove volte su dieci paroloni e sinonimoni servono solo a due cose:

  1. a gonfiare l'ego degli scrittori;

  2. ad appesantire la lettura.

Achtung, bitte! Scrivere in modo semplice non vuol dire scrivere in modo banale.

Semplice significa semplice, non elementare, non stupido, e non - assolutissimamente non - piatto o privo di fascino, incapace di generare interesse e/o di incollare i lettori alla pagina.

Dovrebbe essere un truismo, no? Come dire che l'acqua è bagnata.

Peccato che milionate di scrittori, copy e altri loschi figuri del mercato editoriale siano invece convinti che complicare la loro scrittura fino a renderla farraginosa - quando non ostile - sia un ottimo sistema per convincere i lettori che chi scrive ne sa un sacco.


Partiamo dai testi di un paio di spot che sarebbe meglio non sentire (e invece)

"Con la mia nuova CK4788U*, ho effettuato un lavaggio a trenta gradi"

>> E io invece ti effettuerei una bella lobotomia, se solo fosse legale…


"Effettua l'upgrade a Premium"

>> Ma nemmeno se sei tu a pagare me.


E adesso passiamo ai dialoghi in certi romance, o in certi trilleracci e fantaschifezze, ma saltiamo il dialogo e vediamo cosa lo apre e/o chiude

Lavinia ribatté

Ursula sbottò

Alexander esclamò

Giangiacomo affermò.


C'è quasi un solo verbo da usare per i dialoghi, come ci insegna un tale** che ha guadagnato montagne di soldi veri scrivendo libri, e il verbo è dire. Non ribattere, non sbottare, non esclamare, o affermare, non manifestare, non comunicare.

Per domande e risposte: chiedere o domandare, e rispondere.

Interpellare solo se stiamo compilando un rapporto legale.


Cercare il parolone dotto, sostituire i verbi e i sostantivi con variazioni altisonanti non è solo complicare la scrittura e quindi la lettura: è edulcorare la frittata.

Certo che la frittata è edulcorabile, a patto di sapere come e quanto.

In pratica, a patto che dopo l'edulcoratio resti edibile. E magari pure digeribile.


Tra chi sa molto bene come e quanto complicare/edulcorare, citiamo in ordine quasi sparso cinque penne: David Foster Wallace, Alessandro Piperno, Breat Eston Ellis, Raimond Queneau, e Italo Calvino.

Una che avrebbe potuto ma aveva un problemino serio (da idiosincrasia, anzi forse una vera fobia) per, da e con le ripetizioni, era l'Oriana, l'Oriana Fallaci, che in non mi ricordo più quale manoscritto aveva deciso di non usare la parola casa una seconda volta e aveva quindi scelto di punirci costingendoci a leggere che stava tornando alla sua residenza, era appena arrivata al domicilio, aveva superato l'uscio della magione.

Oriana, suvvia, non scherziamo che mi pare l'antilingua.

Quale antilingua? Quella di Calvino.



DFW, per esempio, è il tipo di penna che quasi non puoi leggere a voce alta da quanto i suoi periodi sono lunghi ma che – attenzione arriva il MA – quando usa i paroloni non solo lo fa a proposito, si prende pure la briga di spiegarteli.


"Ci sono molti epiteti per persone del genere. Nazisti della grammatica, Maniaci dell’uso, Snob della sintassi, il Battaglione della grammatica, la Polizia linguistica. Il termine con cui sono stato cresciuto io è Snob. La parola è forse leggermente autorionica, ma gli altri termini sono disfemismi belli e buoni. Una definizione ampia di Snob potrebbe essere una persona che sa cosa significa disfemismo e cui non dispiace farvelo capire."

(David Foster Wallace, "Consider the Lobster" - tradotto in ITA con "Considera l'aragosta" anche se in copertina c'è un astice)


Il nostro AP - all'anagrafe Alessandro Piperno, visto che AP fa molto AscoliPiceno - magari un po' se la tira ma come dar torto a qualcuno che ti inanella complessità e bassume, paroloni, aggettivoni, avverboni e poi ti piazza un verbaccio da strada?


«Bepy sentì di non avere scampo diverse ore dopo aver incassato la diagnosi di tumore alla vescica, quando tra il novero sterminato d’interrogativi agghiaccianti scelse: Potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui? Sebbene tale dilemma possa apparire una patologica inversione delle priorità, per lui, nell’estremo frangente, risultò più spaventoso lo spettro della compromessa mascolinità che l’orrore del nulla: forse perché nel suo immaginario impotenza e morte coincidevano, anche se la seconda era preferibile alla prima, se non altro per il conforto dell’assenza eterna… O forse il salto nel buio che aveva condotto quest’uomo di successo alla bancarotta finanziaria era stato troppo fulmineo per non scalfirgli l’integrità emotiva. [...]»

RQ è quello degli Esercizi di stile. Serve altro?


Quanto a BEE, acronimo suggestivo per l'autore di "American Psycho" che si dice abbia accusato DFW di plagio (ma levati), non mi va di citarlo, ma che sia un genio non serve lo dica io.


Comunque, tornando allo scrivere difficile, a meno di non saperlo fare sul serio, cioè - per semplificare (!) - essendo in grado di calibrare i periodi in modo da non sputar fuori un mattone, è meglio non farlo, come del resto ci racconta anche il Pulitzer J.R. Moehring nel suo "Bar delle grandi speranze".

J.R, per la cronaca, oltre ad avere un Pulitzer su un camino che magari non ha, ha anche all'attivo due bestseller in qualità di ghost writer, uno per Agassi (Open) e l'altro per il principe Harry (Spare).


Il fatto che esistano ancora tante troppe penne convinte che sia meglio scrivere difficile, e tralasciando che le suddette non siano proprio per niente all'altezza del compito, deriva - ahinoi - da una distorsione/ bias cognitivo che mi azzarderei a definire più resistente dell'Herpes, di cui ci parla in modo molto chiaro un testo del 2000 che si intitola "The Knowing Doing Gap", di Robert Sutton, Jeffrey Pfeffer.

Sutton e Pfeffer ci raccontano che un modo per far colpo sugli altri «è ricorrere alla complessità: nel linguaggio, nelle idee, nelle strutture del periodare e nelle analisi che affrontano le questioni gestionali. Gli accademici sono tristemente noti per la loro ricerca di prestigio mediante il ricorso a un linguaggio complesso che maschera idee semplici. C. Wright Mills, un famoso sociologo, ha osservato che il gergo altisonante usato dagli accademici di norma non ha nulla a che vedere con la complessità dell'argomento trattato. Ha invece "a che fare quasi esclusivamente con una certa confusione che gli accademici fanno riguardo al loro stesso status. [...] La ricerca di prestigio è uno dei motivi per cui l'uomo accademico [sic] scivola tanto facilmente nell'incomprensibilità". I manager [nonché gli scrittori, ndR] si rendono spesso colpevoli quanto gli accademici del ricorso a un gergo complicato e incomprensibile per esprimere idee che si potrebbero benissimo esporre con semplicità».


La suddetta distorsione, proprio come l'Herpes, colpisce un po' tutti, ma in particolare si accanisce sui soggetti un pelo più deboli che nel caso della letteratura sono quasi sempre gli stessi che le statistiche enumerano come altrettanto deboli lettori.

In pratica, chiunque legga troppo poco rischia di restare schiavo delle sue tre idee in croce, ivi compresa quella che ancora lo àncora alla mistica della complessità.

Ogni volta che appesantiamo il discorso per gonfiare il nostro ego, chi ci legge non troverà tra le righe la cultura che smaniamo di mostrare, ma sentirà #LOSFORZO. Nel leggere i nostri ricercatissimi quanto pedantissimi verbi, le parole affettate, gli avverbi ammuffiti, gli aggettivi che anticipano i sostantivi che la distorsione ci mostra come poetici, sentirà tutta la nostra fatica. E il fetore delle nostre ascelle. Non percepirà l'arguzia, ma il tentativo maldestro di spacciarci per quello che évidemment non siamo.




*il naming dei grandi elettrodomestici assomiglia spesso alle password originali dei router. Mancano solo i caratteri speciali.


** S. King, "On writing"


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