Protocollo 47B/2024.03: Note a margine sulla Sostituzione Algoritmica di Massa

Disegno a matita di Roberta Giulia Amidani: autoritratto della mimesi come atto di architettura testuale e simulazione di uno stile editoriale.

Una riflessione sulla mimesi editoriale ai tempi della sostituzione algoritmica.

Mi siedono in una sala a luce diffusa, non è un ufficio ma una specie di lounge ri-funzionalizzata nel Reparto Esecuzione di Pratiche, al piano terra, settore Giallo Chiaro (Pantone 12-0710 TCX, la tonalità precisa del cedimento strutturale post-industriale).

Il piano di lavoro davanti a me è laminato – un simulacro di quercia chiara – e i bordi sono in PVC spesso, resistente ai tagli e alle scottature da caffè.

La mia postura è, consciamente, quella che ho identificato come l’ideale per trasmettere “autoefficacia percepita”: schiena dritta, spalle leggermente rilassate, le mani appoggiate in una piramide perfetta sul tavolo. Uso una postura che suggerisce un equilibrio tra attenzione e disinteresse strategico, l’equivalente somatico di una risposta ben calibrata in una email aziendale.

Sono in uno di quei complessi che un tempo accoglievano start-up di e-commerce e ora ospitano l’AIP – Apparato di Intercessione Procedurale – per i cosiddetti Esodati Digitali, o ED, come ci chiamano i documenti interni, noi quarantenni avanzati, o cinquantenni incipienti, la cui professione è stata (per l’appunto) “esodata” da una funzione algoritmica, superiore per velocità e – qui sta l’onta – anche per coerenza stilistica.

Di fronte a me, oltre il perimetro di questa superficie pseudo-legnosa, siede un Uomo di Risorse Umane di fascia intermedia, il cui cartellino identificativo recita “Dott. T. Serrao, Consulente Senior di Riqualificazione per Competenze Trasversali”. 

Il suo cognome mi fa inevitabilmente pensare al prosciutto spagnolo.

Il Dott. Serrao indossa un gilet trapuntato (azzurro elettrico, un colore deliberatamente ottimista che non trova corrispondenza emotiva in nessuna delle persone nella stanza) sopra una camicia button-down azzurra, stropicciata quel tanto che basta a suggerire un’agenda fitta ma non la completa inefficienza. La sua cravatta, nodo Windsor, è stata allentata di un pollice, una concessione ergonomica alla calura anomala di questo marzo inoltrato, o forse una mossa calcolata per umanizzare il suo ruolo esecutivo.

(Dovrei apparire “normale”, o forse perfino vagamente “ricettiva” alle sue istruzioni per il “pivot” professionale. Ho deciso di mantenere una leggera inclinazione del capo, come se stessi processando i dati con efficienza, una tecnica che ho affinato negli anni passati a scrivere discorsi per Amministratori Delegati che credevano che ‘innovazione’ fosse un verbo e non un sostantivo abusato.)

Il Dott. Serrao ha davanti a sé la mia Cartella (Fascicolo 47B/2024.03) e, soprattutto, il mio profilo stampato su carta lucida, che contrasta visivamente con lo schermo opaco del suo portatile aziendale (un Dell Latitude 5000, modello base, che riflette con una precisione quasi offensiva l’inerzia del sistema).

«Signora Orietta Baldi, quasi cinquant’anni, residenza fiscale a Brescia, 25100, professione dichiarata—» legge, e qui si ferma, schiarendosi la gola con un rumore che sembra l’attrito tra due pezzi di polistirolo espanso «—professione dichiarata: Ghostwriter. Consulente editoriale “freelance” a elevata intensità produttiva. Tredici anni di esperienza ininterrotta nel settore della produzione testuale “conto terzi”.»

Ha dei piccoli occhiali da lettura a mezzaluna posati sulla punta del naso e, mentre legge, usa il pollice destro per spingere l’occhiale sul ponte nasale, un gesto quasi involontario ma che per me, abituata a decodificare ogni minimo tic dei miei clienti, è un segno di inesperienza gestionale.

«Lei, secondo il suo “curriculum” ottimizzato—» il Serrao fa una breve, quasi impercettibile pausa, introducendo la possibilità che il CV sia una frode, cosa che in un certo senso è vera, come vedremo «—ha prodotto in questo lasso di tempo tra le 250 e le 300 opere di natura saggistica e narrativa, principalmente nel “non-fiction” di divulgazione, crescita personale, “memoir” di figure pubbliche e “self-help” aziendale.»

Non è necessario che io risponda. La mia intera carriera è stata costruita sull’assenza, sul rendere la mia voce intercambiabile e invisibile, un vuoto riempito dalla voce altrui. La mia produzione è stata così vasta da diventare statisticamente irrilevante: 13 milioni di parole di prosa funzionale, altamente monetizzabile, il cui unico valore risiedeva nella sua capacità di “non” essere mia.

«Il suo ultimo incarico, secondo i dati che abbiamo qui incrociati con la P.IVA 106610106 (attività cessata, 31/12/2025), era la biografia autorizzata di un noto imprenditore nel settore della ristorazione veloce, un progetto dal titolo provvisorio: “Il Panino e l’Eternità”?»

Annuisco, mantenendo la posizione piramidale delle mani. Il mio obiettivo non è mentire, ma dare l’impressione che le mie risposte non siano necessarie, che il sistema abbia già tutto.

Il Serrao mette il foglio in fondo al suo fascicolo. La sua metodicità è confortante in un modo fastidioso.

«Lei ci indica, come ragione primaria per la sua attuale necessità di riqualificazione professionale, la Sostituzione Algoritmica di Massa (SAM). Nello specifico, l’avvento di modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM) che replicano con efficienza ottimale, velocità superiore e costi marginali pari a zero, la sua intera produzione testuale “ad libitum”. In pratica, il mercato non paga più un umano per fare quello che un’intelligenza artificiale (IA) può fare in trenta secondi.»

Certo che non paga. Ed è lì che si annida la mia vera, indicibile vergogna, che non ha nulla a che fare con l’AI e tutto a che fare con la mia intelligenza intrinseca.

(Tredici anni prima, quando avevo un figlio piccolo – un essere umano la cui sopravvivenza dipendeva esclusivamente dal mio reddito, il cui padre, il mio ex-marito, aveva trovato più dignitoso dedicarsi alla “ricerca interiore” che al versamento di alimenti – avevo abbandonato una posizione da Dirigente Sales in una “multinazionale” dell’intrattenimento maschile. Una posizione che pagava “molto” bene, quasi indecentemente bene. L’avevo lasciata non per un’illuminazione spirituale o un’urgenza creativa, e neppure perché avevo raggiunto il tetto della mia competenza reale. La mia ascesa era stata dovuta a una straordinaria capacità di “simulazione” e “decodifica” degli ambienti aziendali, non a un’effettiva acutezza intellettuale.)

La gente, prima nelle vendite e poi nell’editoria, mi aveva sempre creduta intelligente. Acuta. “Visionaria”.

La verità è che sono stupida.

Non stupida nel senso clinico.

E nemmeno in quello Cipolliano, da Carlo Maria Cipolla e il relativo pamphlet: “Una persona stupida è una persona che causa danni ad altre persone o gruppi di persone senza ricavarne alcun vantaggio per sè stessa.

Stupida nel senso che non ho “mai” prodotto un’idea originale, non ho mai affrontato un problema complesso con uno strumento mentale non mutuato. La mia abilità è sempre stata la “reiterazione perfetta”, l’articolazione fluida delle idee “altrui”.

Il ghostwriting non è mai stato un atto di creatività repressa, ma il rifugio perfetto per una Simulatrice Professionale: la mia intera esistenza è stata – era – è – e con buona probabilità sarà sempre – un apparato epistemologico costruito sul concetto di “autorialità delegata”.

Ero stata perfetta finché la mia funzione (simulazione ad alta fedeltà) non era stata industrializzata e resa esponenziale da Google (Alphabet Inc.) e OpenAI.

Il Dott. Serrao è passato alla pagina successiva del fascicolo.

«La sua preparazione pregressa, pur essendo impressionante per volume, è, diciamo, “trasversale”. Dalla comunicazione aziendale alla stesura di manuali d’uso, fino, e questo è curioso, a una serie di “thriller” psicologici ambientati nel Mugello, per un editore locale sardo. Come gestiva un “range” così vasto di registri, Signora Baldi?»

«Mi documentavo,» dico io, la mia voce un tono leggermente più basso e controllato del suo. «E analizzavo il “target” primario. La competenza, nel ghostwriting, non è conoscenza, ma la sua perfetta “simulazione” per un pubblico specifico. Il pubblico non vuole sapere “tutto”, vuole sapere “quello che si aspetta” di sapere, presentato con la giusta patina di “verità autoriale” percepita.»

(Questa è una delle mie massime professionali preferite, e il Dott. Serrao la sta annotando sul suo blocco note con una Bic nera a scatto, un modello che mi fa pensare alle scuole medie e alla miseria intellettuale.)

«Dunque, simulazione ad alta fedeltà,» ripete il Serrao, con un’espressione che sembra suggerire che la stia valutando come una “skill” riqualificabile. «Perfetto. Questa capacità di analisi del “target” è cruciale.»

(Ma lui non capisce che la differenza tra me e l’AI, prima che quest’ultima mi rendesse obsoleta, era solo la mia necessità di dormire otto ore per notte e un compenso orario vergognosamente alto. L’AI, nel frattempo, è la “Reiterazione Perfetta” che non ha il fardello della coscienza di essere stupida.)

Il Serrao alza lo sguardo. «Tuttavia, Signora Baldi, siamo qui per guardare avanti. Il suo percorso professionale come fornitore di testo è, statisticamente, terminato. Dobbiamo individuare un’area in cui la sua esperienza pregressa possa garantire una sufficiente “tenuta” economica. Dobbiamo identificare una vostra “urgenza non-testuale”.»

La mimesi editoriale come unica valuta rimasta

L’urgenza. Il mio figlio, ora adolescente, ha appena iniziato un corso di filosofia al liceo e ha bisogno di libri costosi. La mia spesa mensile per il cibo in scatola ha raggiunto il picco storico. L’urgenza è la semplice, banale entropia finanziaria. Ma devo rispondere con un “progetto”. Non una necessità, ma un “Brand”.

«Ho pensato a una riqualificazione nel settore cinofilo,» dico. Incrocio le mani e intensifico il mio sguardo di “autoefficacia percepita”. «Nello specifico, la creazione di una struttura ibrida. Una pensione per cani di piccola taglia (il segmento più redditizio e meno stressante), con un “side-hustle” dedicato all’allevamento selettivo di cani leone»

Il Serrao smette di prendere appunti. Il suo sopracciglio destro si solleva leggermente, un’anomalia emotiva che rompe la sua facciata amministrativa.

«I cani leone, signora Baldi? Una specie, notoriamente, di difficile gestione e con una clientela molto specifica. Non è forse un salto di registro eccessivo, data la sua specializzazione in “memoir” e “self-help” aziendale?»

«Assolutamente no, dottore,» rispondo, e ora uso un tono che ho riservato per i miei clienti più scettici, quelli che dubitavano della necessità di un intero capitolo sulle metafore marittime nel loro libro sul “team-building”. «Il cane leone è l’animale perfetto per il “target” del nuovo millennio: è un simulacro di eleganza e radicalità, esteticamente appagante, nonché addomesticabile con la giusta quantità di rinforzo positivo. È l’equivalente cinofilo di un “memoir” di successo: promette un’esperienza autentica e trasformativa, ma offre un prodotto standardizzato e sicuro. È, in sostanza, la vendita di un “concetto autoriale” sotto forma di piccolo mammifero a quattro zampe.»

(In realtà, la vera ragione è che ho letto un articolo su una pensione per cani che faceva 400k all’anno e i cani leone hanno un costo iniziale notevole e mi piace l’idea di circondarmi di creature che, al contrario di me, non fingono affatto di essere quello che sono: predatori in attesa. Ma non lo dirò mai. Devo continuare a vendere il simulacro.)

«Oppure,» aggiungo, lasciando cadere una seconda, ugualmente assurda, opzione (strategia di negoziazione: sempre tre opzioni, due delle quali devono sembrare deliberatamente peggiori della prima) «potrei dedicare le mie abilità logistiche a un’impresa di traslochi, il cui “brand” sarebbe focalizzato sull’eliminazione dell’ansia del cambiamento. O, come terza ipotesi, un brand di borse intrecciate a mano, prodotte con materiali di recupero, vendute a prezzo premium, sotto il marchio “Entropia Zero”.»

Il Dott. Serrao non è più concentrato sul fascicolo. Il gilet azzurro sembra irrigidirsi. Sta valutando il grado di lucidità o di “delusione strutturale” che mi ha spinto qui. Le sue iridi sono leggermente dilatate.

«Mi sta dicendo, Signora Baldi, che la sua riqualificazione ideale è il passaggio dalla stesura di narrazioni fittizie alla gestione di animali predatori, al trasporto di mobili di terzi, o alla manifattura artigianale di accessori di lusso?»

«Le sto dicendo, Dottore, che avendo trascorso tredici anni a costruire architetture testuali per conto di altri – architetture che, come il tempo, non sono mai state mie – sono l’unica candidata a questo tavolo capace di riconoscere che la narrazione che ha più valore oggi non è quella scritta su carta, ma quella incarnata da un piccolo cane zen, un trasloco senza stress o una borsa di lusso fatta con la spazzatura. In tutti e tre i casi, l’obiettivo è vendere la “promessa di autenticità” a un mercato che ha perso il contatto con la realtà. La mia esperienza è la “simulazione”. E la simulazione, Dottore, è l’unica vera valuta rimasta.»

Disegno a matita di Roberta Giulia Amidani: autoritratto della mimesi come atto di architettura testuale e simulazione di uno stile editoriale.
L’urgenza del campionamento. Autoritratto di Orietta Baldi, simulatrice professionale pre-SAM (Sostituzione Algoritmica di Massa), catturata durante l’analisi ossessiva di un’architettura sintattica da copiare. Nota l’equilibrio tra l’attenzione somatica (gli occhiali come sbarre) e il disinteresse strategico (la collana di grani, o rosario, o calcolatore analogo). È un simulacro di creatività fatto con gessetti e materia prima analogica, ora obsoleto

Mi siedo in silenzio.

Le mie dita sono ancora intrecciate nella piramide perfetta. Spero di non sembrare troppo intelligente. Essere troppo intelligenti spaventa i Serrao del mondo.

Spero di sembrare, semplicemente, “implementabile”.

Un altro sistema, leggermente difettoso ma ancora gestibile, da incanalare nel prossimo, inevitabile, percorso burocratico. E so, con assoluta certezza, che anche questo piano, come la mia intera carriera, si regge sul simulacro, e che io, Orietta Baldi, continuerò a fingere di essere un genio strategico, anche mentre pulirò le gabbie dei miei futuri cani leone.


Nota finale

Questo testo è un esercizio di stile, un atto di mimesi deliberata verso la prosa di David Foster Wallace.

Perché pubblicarlo qui? Perché per i miei primi anni da ghostwriter, il mio lavoro è stato esattamente questo: un’operazione di ingegneria inversa. Sezionavo i libri altrui, ne mappavo le ossessioni sintattiche e le ricostruivo pezzo dopo pezzo, finché la “voce” non diventava indistinguibile dall’originale.

Il ghostwriting, in fondo, è una forma di campionamento letterario.

La signora Orietta Baldi è il mio omaggio a quel periodo: la consapevolezza che, prima che arrivassero gli algoritmi a industrializzare il processo, noi “fantasmi” eravamo già lì, a simulare l’autenticità un paragrafo alla volta.

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