Sulla frequenza d’onda del cursore lampeggiante e la bizzarra, quasi oscena velocità con cui oggi possiamo evitare di esistere mentre scriviamo. (Con alcune note sulla natura ontologica del vuoto e la pretesa di chiamarlo contenuto).
C’è questa piccola barra verticale sul monitor — un cursore, per intenderci — che pulsa con una frequenza che oscilla tra l’urgente e l’ansiogeno 1.
Lampeggia, vedi?
È un segmento di pixel che testimonia l’attesa di un vuoto pneumatico che oggi, grazie a una manciata di algoritmi con nomi che evocano divinità classiche o stagisti della Silicon Valley 2, può essere colmato in un tempo inferiore a quello necessario per un battito di ciglia.
Apri una chat qualsiasi, un GPT o un Gemini, e ti ritrovi davanti a decine, centinaia di paragrafi generati da un’architettura probabilistica che riempiono lo schermo con una precisione quasi offensiva.
Ho riflettuto spesso sulla facilità quasi oscena con cui oggi generiamo contenuti. (Contenuti che poi non legge nessuno, ma questo è un altro problema).
L’intelligenza artificiale è precisa — o meglio, possiede una sorta di approssimazione statistica estremamente convincente — ed è instancabile nel riassumere la complessità.
Eppure esiste un confine ontologico che queste macchine non riescono a scalare: quello dell’esperienza vissuta.
Un algoritmo è, per definizione, un pescatore di “già-detto” 3, mentre la scrittura di un libro vero è un atto che nasce da una profondità che ha a che fare con la nostra pelle.
In oltre dieci anni di questo lavoro — un’attività che oscilla tra il ghostwriting, l’editing e il book design — ho capito che il segreto di una buona storia non abita mai nella perfezione sintattica. Abita nei silenzi. Sta in quei ritmi spezzati tra una frase e quella successiva, nelle esitazioni della voce che trema durante un’intervista 4 e in quei dettagli minimi che rendono un’esistenza una cosa unica, irripetibile.
Scelgo la scrittura futurista: una sinergia dove la tecnologia supporta la velocità, certo, ma dove resta l’ascolto umano a trasformare un testo in un destino.
Note:
1 La frequenza di lampeggio standard del cursore in molti sistemi operativi è di circa 500 millisecondi, un ritmo che ricalca con inquietante precisione un battito cardiaco leggermente tachicardico.
2 Riferimento ai Large Language Models (LLM) che oggi popolano il nostro ecosistema digitale, i cui nomi sembrano scelti appositamente per suggerire un’aura di onniscienza post-umana.
3 Ovvero l’output inteso come ricombinazione statistica di dati preesistenti (il cosiddetto training set), priva di qualsivoglia scintilla di “nuovo” fenomenologico.
4 Quegli intervalli di tempo, misurabili fisicamente in millisecondi di nastro registrato, in cui il pensiero dell’autore si scontra con l’incapacità di trovare la parola esatta per descrivere un dolore o una gioia.
NOTA FINALE: se scorrendo questo micro-post hai avuto l’impressione di leggere il genio tormentato delle note a piè di pagina infinite, allora fai già parte di un’élite di monomaniaci e come tale hai guadagnato uno sconto del 50% sulle mie tariffe. Per averlo, scrivimi le iniziali del suddetto genio.


