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17 FEBBRAIO 1600: SULLE ULTIME ORE DI GIORDANO BRUNO, IL RACCONTO DELLA ZUCCA CHE FU CONSULTORE TEOLOGO DEL SANTO OFFICIO E CARDINALE

Un racconto di pura fiction, tratto da una storia vera

1391 parole

di Roberta Giulia Amidani


Young Giordano Bruno
un ritratto a simil penna del Mago Giordano Bruno

Quanto tempo ho?

E mi farete domande?

Nessuna?

Non è un processo?

Posso iniziare?

Grazie.

Allora... Per quanto bizzarra sia codesta situazione, immagino sappiate che mi chiamo Roberto Francesco Romolo Bellarmino; ciò che forse non sapete è che a dispetto della fama e dei titoli, sono stato un uomo semplice. Un vile modello base, di quelli che tirano innanzi, senza troppe pretese e che loro malgrado fan certe cose che avrebbero preferito non fare e si astengono dal farne altre che invece…


La verità è che da ragazzo sognavo di diventare un contadino, oppure un poeta errante o, perché no, un contadino però poeta e anche zingaro. Ma ero gracilino, facile alle febbri, e troppo in alto anche solo per immaginare altro se non ciò che ci si aspettava da me.


Credo sappiate come vanno certe faccende.

I miei volevano fossi Papa, come minimo Cardinale, alla peggio, Vescovo.

Nato da una famiglia nobile, battezzato da un cardinale e nipote per parte di mamma di un papa, mi battei comunque per entrare nell’ordine dei gesuiti e quando finalmente ci riuscii, da gran zuccone quale son sempre stato, per un pelo, non finii all’indice, insieme al primo volume di uno dei miei scritti mal interpretato da quel voltagabbana di papa Sisto VI, che però per fortuna si prese la malaria e nel passare a miglior vita, lasciò decidere il suo successore, Urbano VII, il quale pareva altrettanto imbestialito ma che tuttavia sopravvisse al soglio solo pochi mesi, anche lui forse colto dalle stessi febbri sistine che avevano seppellito il mio ex amico.


Il volume inquisito era il primo delle Controversie nel quale mi ero azzardato a definire “indiretto” il potere della Santa Sede sulle questioni temporali. Certo, avrei dovuto scrivere “non diretto”. Il problema era che l’avevo scritto così tante volte che all’ennesima, la mia scelleratezza mi portò a usare un sinonimo, scatenando l’era funesta dell’ex inquisitore, ormai papa, ma pur sempre Martello.


"Once Martello, always Martello".


Sisto VI mi era stato amico. A lui avevo dedicato proprio l’intero corpo delle Controversie; per lui, avevo riscritto tutti i testi di Sant’Ambrogio, operando dietro sua esplicita richiesta, anche certe modifiche che non mi vergogno a definire azzardate; sempre per lui, ero andato fino in Francia al fianco del cardinal Caetani, subito dopo l’assassinio di re Enrico III, e nel bel mezzo della guerra civile contro gli ugonotti.

Proprio mentre ero in Francia, fui raggiunto dalla notizia: Sisto mi voleva all’indice, forse convinto stessi tramando contro di lui, o forse solo rincitrullito.


Il terzo papa, Clemente VIII, concesse ai miei scritti e dunque a me il beneficio del dubbio, purché accettassi di istruire un giovane a lui caro, tale Luigi Gonzaga: un’anima pia che ebbe la grazia di soccorrere un appestato e dunque la disgrazia di contrarre il morbo. Non serve dire che accettai: l’alternativa era un processo che come ogni altro si sarebbe chiuso solo con un’abiura o un rogo.


Fatto sta che durante il mio cinquattottesimo anno di vita, nel gennaio del ’99, mi trovavo a Roma. La città somigliava ancora a una palude, per via delle esondazioni del Tevere dell’anno precedente, i romani erano stremati, ridotti alla fame, e dunque inferociti contro il nepotismo di un papa che aveva appena emesso l’ennesima bolla – Manus Dominis Manus Patris – intimando loro di pentirsi e soprattutto di smetterla di dare a lui colpe che non gli appartenevano. Nervoso lo era sempre stato, basti pensare a quanti ne ha messi al rogo…


All’epoca, io ero uno dei tanti consulenti al servizio di Clemente, in carica come consultore teologo pontificio.


Nell’esercizio del mio dovere, un giorno mi arriva una nuova commessa, direttamente dal Sant’Officio.

Si tratta di un cassone intero, pesante mezzo bue almeno, e pieno zeppo di incartamenti e di appunti e di libri, dei quali quattro – il De immenso, il De monade, il Sigillus sigillorum, e il De vinculis – in triplice copia.

Per ogni libro, un plico di carte, per ogni plico almeno due se non tre revisioni diverse.


I corrieri sono sull’uscio, in tre. Dietro di loro il baule, e nella mano del primo emissario, una lettera con il ben noto sigillo che mi chiede di rivedere tutto, passare in rassegna i documenti, rivederli, validarli.


Manca un soffio alla mia investitura a Cardinale.

Clemente me l’ha promessa. E adesso eccolo che mi chiede di esprimermi sul processo contro il Nolano, processo che va avanti ormai da sette anni e nel quale, mio malgrado, sono fin troppo coinvolto.

Il punto è che Clemente sa bene che ci ho provato, sa che ho già fatto del mio meglio per far cambiare idea a Bruno; sa che ho passato ore e ore cercando di convincerlo all’abiura; sa anche cosa ho scritto e come, per spingerlo a ritrattare.


Peccato Bruno sia un gran zuccone. Come direbbe lui, ‘na capa tosta. La più tosta di tutte le cape dell’universo mondo. Guarda le virgole, il viaggiatore, e non solo le guarda, ma se le ricorda, il ribelle, tutte quante, dalla prima all’ultima.

«Robbe’, lo sai pure tu che non è mia…»

«Io così non l’avrei mai scritta…»


Se ora aprissi il baule, se passassi in rassegna gli incartamenti, so che non potrei far altro che ricominciare daccapo, perdendo ben oltre il tempo, il sonno, eccetera, ma certamente anche la carica, se non addirittura la testa.


Ecco cosa feci, dunque.

Invece di leggere, io finsi d’averlo fatto.

Tirai fuori tutto dal cassone, ogni tomo, ogni foglietto, e presi a stropicciarli e riempirli d’appunti. Misi note e asterischi, piazzai righe, disegnai occhi, croci, quadri, sfere. Quindi ripresi di ogni libro, gli estratti deviati e i riassuntini claudicanti stesi dai censori tra il ’95 e il ’97. Li ricopiai in bella copia, ci aggiunsi qualche citazione, un richiamo a una bolla qua, un altro là.

Mandai il tutto al Sant’Officio, in visione e per approvazione, s’intende.


Qualche giorno più tardi, intorno alla metà di gennaio, portai il memorandum al Nolano e glielo lessi.

Lui disse che una volta era sufficiente.

Allora mi accucciai a terra, in modo da essergli più vicino.

«Accetti l’abiura, Giordano, in modo che la sentenza venga commutata in detenzione?»


Bruno sorrise, disse che anche lui stava per farmi una domanda pleonastica, quindi chiese ciò che altre mille volte aveva già chiesto.


«Sì, mago» gli risposi «la censura è possibile, direi probabile…»

«Dunque, Robbe’, visto che noi due ci capiamo, almeno inter nos, ci siamo capiti, anche ora, o sbaglio?»

«Temo di sì, o meglio, no, non sbagli» risposi, doppiamente mesto: Giordano già Filippo, nato 52 anni prima in quel di Nola, dodici miglia da Napoli, sarebbe morto a Roma, in campo dei Fiori, venti giorni dopo, 17 febbraio dell’anno 1600, per via d’un pensiero che sapevo giusto giustissimo fin dai primi momenti, senza appello, senza domande né questioni: la concezione contraria alla dottrina tomista dell’anima come forma dell’uomo, il copernicanesimo, le questioni d’ordine trinitario, la dottrina dell’animazione universale, e quella dell’anima razionale del globo terrestre, il cavallo alato che diventa stelle, i preti asini, gli uomini capre, le capre piante e poi uomini e poi di nuovo piante, il tutto parte di un unicum del quale già allora annusavo il senso senza però osare ammetterlo.

Nemmeno a me stesso.




Nei vent’anni che vissi da lì in avanti, da lì a oggi, sempre che oggi sia un oggi, s’intende, non smisi mai di pensarci. Andai avanti con i miei affanni – l’ufficio, i compiti, ti svegli, ti metti all’opera, preghi, ti nutri, defechi, ripreghi e ti rimetti a dormire, un giorno dopo l’altro, una notte uguale all’altra – ma non smisi mai, neppure un’ora, di pentirmi non tanto di ciò che avevo fatto, quanto di ciò che non avevo osato fare.


Sì, direi che ci siamo.

Non so se sia tutto, ma credo il resto lo sappiate.

Bene. E adesso?

Devo lanciare i dadi? Sul serio?

Fatto, ma non vedo nulla. Perché non vedo nulla?

Ah, non ho più occhi? E come farò senz’occhi? Come farò a orientarmi, a riconoscere il mondo, a sopravvivere?

Alle piante non servono, dite?

Dunque sarò una pianta?

E, di grazia, che specie di pianta? Una bella vite di Montepulciano, magari? Un acero campestre?… O forse un maestoso ottano?

…Una zucca, dite?


Vada per la zucca.




 

Contenuti Extra e Credits

Per approfondire:

  • Germano Maifreda, "Io dirò la verità", Editori Laterza, 2018

  • Yates, "Giordano Bruno e la cultura europea del Rinascimento", Biblioteca Universale Laterza, 1988

I disegni sono stati realizzati con un iPad, e una pennina su un programma che si chiama Procreate, dall'autrice di questo stesso racconto, scritto per NON dimenticarci che prima o poi moriremo tutti.

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