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Jon Fosse ha vinto il premio Nobel per la letteratura e tu non lo conosci




Fosse. Ha vinto Fosse.


Radio24 smette di rumoreggiare mentre la testa si svuota, frizzata, la torre di controllo è in pausa, tutti e trentatré i trilioni di cellule che compongono il tuo corpo si fermano, come pure i 39 trilioni di batteri, perché non sai chi è Fosse, lo stesso Jon Fosse che ha vinto il premio Nobel, e non puoi fare altro se non entrare in modalità tanatosi, come un opossum, come un coniglio selvatico europeo, come una rana Phyllomedusa burmeisteri, anzi no, la modalità è quella della formica guerriera adolescente che rinuncia allo scontro, solo che la tanatosi dura poco, sostituita dalla tua falange che si mette a picchiare lo schermo - tap tap tap - del telefono e urla al motore di ricerca di dirti subito, immediatamente, chi è Fosse, Jon Fosse, vincitore del premio Nobel per la letteratura del 2023, schäm dich, schäm dich, schäm dich: “vergognati”, vergognati tre volte (che poi sarebbero cinque), allora vedi che non sai niente di niente di niente, e se ti servissero altre conferme, e non ti servono, ciccina bella, questa sarebbe l’ennesima di una moltitudine di voci che non fanno che ripeterti che sei una nullità, una nullità vecchia e grossa e piena di buchi e di lacune, piena solo di vuoti, più vuota che piena; non serve chiederti perché non conosci Fosse, Jon Fosse, perché non l’hai mai letto, perché non l’hai mai sentito nominare; non serve perché anche se l’avessi conosciuto, letto, sentito nominare, sai che non te lo ricorderesti visto che hai la memoria RAM di un Commodore 64 e sei quello, un Commodore 64 in un laboratorio della Nasa o nei sotterranei del CERN, un affare preistorico che fa fatica a trovare i file archiviati, non fosse altro perché li hai archiviati tu - scimunita di guerra - con lo stesso efficacissimo metodo che usi con i libri dentro alle tue cassette della frutta e cioè al contrario, dorso nascosto, e lo fai raccontando (ti) che ti serve a allenare le sinapsi, Zettelkasten della beata fava, se fosse un vero Zettelkasten avresti delle stanze-storielle per ogni cassetta e posizione, e forse ce le avevi - le stanze e le storielle - il problema è che non ti ricordi più dove le hai messe - in quale cassetta, camera, archivio, magazzino, sottoscala mnemonico le avrai ficcate? E in quale le avrai spostate? - certo se ti passasse la mania di spostare tutto (avrà un nome? Sarà già una patologia dei comportamenti ossessivo-compulsivi? Ci saranno dei paper? Postofobia? Locofobia? Dislocofobia? O mania? Meglio mania: spostomania?), forse faresti meno fatica, forse, e magari riusciresti a ricordarti di aver letto o almeno sentito nominare Jon Fosse, e invece no perché sei l’idraulico che non si ricorda i principi della termodinamica, il chirurgo che non si ricorda come si chiama il filo che chiede all’assistente in sala operatoria - mi dia quello lì, quello bianco, per favore, no non questo, l’altro - sei lo scrittore su commissione che x anni fa ha usato il trattino corto nei dialoghi, sei ancora la scolara di terza elementare che aveva deciso di non fare i compiti delle vacanze per fare un dispetto a Madre Vittoria salvo poi chiederle scusa, dai suora facciamo la pace, la bambina sottosviluppata che faceva finta di stare male per saltare la verifica di matematica perché aveva paura della signorina Dolcetti e poi pestava i piedi per entrare alla seconda ora e non perdere la Marengoni che faceva Italiano e Italiano era l’unica materia che sopportava, sapendo ora che se la sopportava era per la Marengoni, non per Italiano […]



Fatto sta che Jon Fosse ha vinto il Premio Nobel.

Fino a poche ore fa, non lo sapevi né conoscevi, e adesso che l’hai letto e hai scoperto che in Italia lo pubblica La Nave di Teseo, della signorina Elisabetta Sgarbi, ti sono partite le dita (e/o l’embolo).


Le dita ti hanno portato sul Post.


I due libri con cui era stato candidato sono la prima e la terza parte di un’opera chiamata Settologia (nonostante il nome, pubblicata in tre volumi), che in Italia sta traducendo La nave di Teseo, una casa editrice che negli ultimi anni ha pubblicato i libri di vari autori che tra gli addetti ai lavori si pensa potrebbero vincere il Nobel.

Settologia è una serie di romanzi narrati con un unico flusso di coscienza, quello di un anziano pittore impegnato a finire un dipinto, e che ripensa a vari momenti della sua vita. Il 10 ottobre uscirà in italiano la seconda parte, intitolata Io è un altro. Il titolo della prima è L’altro nome. Per avere un’idea di come è scritto, inizia così (non c’è nessun punto in tutto il libro):

«E mi vedo mentre osservo il dipinto con le due linee, una viola e una marrone, che si intersecano al centro, un quadro oblungo, e noto di averle dipinte lentamente con uno spesso strato di pittura a olio, che è colata, e nel punto in cui la linea marrone e quella viola si intersecano il colore si è amalgamato magistralmente prima di sbavare e penso che questo non è un quadro, eppure è proprio così che deve essere, è finito, non ha bisogno di ritocchi, penso, e devo toglierlo da lì, non voglio che rimanga sul cavalletto, non lo voglio più vedere, penso e penso che oggi è lunedì e penso che devo aggiungerlo agli altri a cui sto lavorando e che non ho ancora ultimato, sono appoggiati alla parete con il telaio rivolto verso l’esterno, tra la porta della camera da letto e quella dell’ingresso, sotto il gancio dove è appesa la borsa a tracolla di cuoio marrone, quella in cui tengo il blocco per gli schizzi e la matita, e poi dirigo lo sguardo verso le due file di quadri pronti appoggiati alla parete accanto alla porta della cucina, […]»

Al di là del flusso di coscienza che ho scimmiottato qua sopra, cincischiando intorno ai miei buchi neri di conoscenza, e quindi annaspando nel mare magnum della sindrome dell’impostore, la domanda è:

Come mai solo 17 donne?

Dal 1901 hanno vinto il Nobel per la Letteratura 120 persone, 17 donne e 103 uomini con Fosse.

(Sempre dal Post)


Peccato che non abbia tempo per provare a rispondere: tra nove - ormai cinque - minuti ho un appuntamento online e devo pettinarmi, se non voglio che il mio autore pensi che sono appena saltata fuori dal letto, ma anche far partire la lavatrice (non effettuare, io non effettuo lavatrici, le carico, le faccio partire, le scarico, ma mai una volta che ne effettui mezza) che svuoterò appena finito l’appuntamento online, stendendo i panni che poi toglierò dai fili e piegherò mettendo via quelli che non hanno bisogno di essere stirati (stando a mia madre, nessuno, nemmeno le mutande, ma vabbè), tenendo conto che quasi sicuramente i suddetti panni li stirerà mio marito, visto che a lui non dispiace e a me sì e poi io e il ferro da stiro non andiamo d’accordo.



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